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L’utilità del classico e la cultura digitale

La superficie è una serie di informazioni di primo livello: indicazioni scritte, cartelli esplicativi, insegne di orientamento. Lo strato successivo è il colore, più sotto c’è la forma e il soggetto, ancora più sotto il tracciato, e poi lo sfondo e naturalmente il sottofondo… Si scala di livello in livello, si moltiplicano i gradi di informazione, anche se non ci si è mai mossi. Il mondo è in una pagina, che è milioni di pagine.

Solo che anziché sfogliarle, si leggono una dentro l’altra, in trasparenza. «Avevamo appena iniziato a familiarizzare con internet delle cose, intelligenza artificiale, robotica, realtà virtuale e un nuovo ciclone, pervasivo, di sensori alla portata di tutti, di computer quantistici e di oggetti in grado di dialogare fra di loro ci impongono nuove sfide.

Prima fra tutte, una produzione di dati che non ha pari nella storia dell’umanità». È la riflessione di Maria Grazia Mattei, dalle pagine del nuovo IL, in edicola venerdì 18 con Il Sole24Ore. La fondatrice di Meet, il primo centro internazionale per la cultura digitale in Italia (che inaugurerà entro l’anno a Milano) dialoga con Keiichi Matsuda e con la sua visione iperreale.

Un’esplorazione dell’intreccio simbiotico fra tecnologia e vita, che attraversa curiosità come la pasta intelligente o i wearables-seconda pelle, ma che soprattutto disegna un futuro fatto di immersione e trasparenza, dove i confini evaporano.

Se la geografia quotidiana è fatta di muri e frontiere che prendono consistenza fisica e dividono nettamente luoghi e persone, se la politica ordinaria ci ha abituato ai distinguo e alla separazione in campi e schieramenti, la fluidità dell’immaginazione è un invito ad attraversare soglie.

Non solo quelle di spazio, ma di tempo. Così, nel numero di giugno di IL, possono convivere, in simultanea, l’inchiesta sulla «sintesi unitaria di storie digitali con un dna umano» e il dibattito, antico come Omero, sull’utilità del classico. Inteso

come liceo, ma anche come competenza linguistica greco-latina. Basta leggere Ovidio per rendersi conto che la distanza da Matsuda non è poi così grande: «Tutto muta, niente perisce. […] Tutto fluisce e ogni immagine ha forme vaganti».

D’altronde, nell’ubiquità digitale, una manciata di secoli si attraversa in un nanosecondo, anzi in un Flick.

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